Le masserie, storici contenitori di vita e lavoro, stanno vivendo, come è nel loro DNA, una nuova fase di trasformazione. Questo intervento architettonico ha convertito, come ormai spesso accade, una di queste strutture in uno spazio ricettivo-turistico, rispettandone però la storia e la dignità. Le mura in tufo, la pietra, le originali volte sono state, ovviamente, preservate e valorizzate, mentre nuove aree sono state progettate per accogliere comodamente gli ospiti.
Questa ristrutturazione non solo valorizza il patrimonio architettonico, ma celebra anche il legame tra passato e futuro, dando nuova vita e lustro ad un luogo ricco di storie e tradizioni.
La storia dello specchio
“Alle 5:00 del mattino arriva una telefonata. ‘Veronica, stai dormendo?’ Sapendo che sono una mattiniera, rispondo con la mia consueta gentilezza e, soprattutto, con ascolto attivo. ‘Stavo pensando… vorrei valorizzare ancora di più questo paesaggio, già meraviglioso. Vorrei che si riflettesse ovunque. Mi piacerebbe mettere uno specchio dietro la chiesetta, per riflettere e moltiplicare gli ulivi, simbolo di forza, di energia e di vita. Che dici? Si può fare? O è un’idea folle?’ Sorrido. ‘Raoul, l’idea è folle. Ed è proprio per questo che, secondo me, è fattibile.’
Da quel momento inizia una piccola grande sfida: custodire la chiesetta e, allo stesso tempo, amplificarne la bellezza. Pensiamo a una struttura leggera, quasi invisibile, come la cornice di un grande quadro: completamente removibile, capace di proteggere e rispettare il manufatto senza recargli alcun danno.
Lo specchio non doveva aggiungere qualcosa al paesaggio, ma restituirgli ciò che già possedeva. Doveva moltiplicare gli ulivi, il cielo, la luce, la pietra. Doveva far sembrare infinito ciò che era già straordinario.
All’inizio l’idea fu accolta con molte critiche. Sembrava troppo audace, forse persino un po’ folle. Poi, lentamente, quello specchio ha iniziato a raccontare un’altra storia.
A distanza di circa otto anni, è diventato uno degli angoli più fotografati e condivisi della Puglia, un’immagine capace di viaggiare lontano e di far conoscere al mondo la magia delle nostre masserie, dei nostri ulivi e di quella terra così profondamente autentica.
E forse è proprio questo il senso più bello dell’architettura: non imporsi sul paesaggio, ma entrare in dialogo con esso; non rubargli la scena, ma permettergli di raccontarsi ancora più intensamente.
Quello specchio è nato da una telefonata alle cinque del mattino, da un’intuizione apparentemente folle e dalla complicità tra un cliente che ha avuto il coraggio di immaginare e un’architetta che ha avuto il coraggio di crederci.
Perché a volte le idee più belle sono proprio quelle che, all’inizio, sembrano impossibili. E forse, in fondo, progettare è anche questo: avere il coraggio di trasformare una follia in bellezza.”